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ALPINISMO A TEMPO PIENO

la vita di un alpinista medio sulle montagne del mondo

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September 16

sogno del gran scozzese - val daone

IL SOGNO DEL GRAN SCOZZESE

4 SALITA 1991

 

Strano nome Val Daone, fa subito venire in mente lo yogurt che, fresco e puro, ha soppiantato in noi giovani climber la pancetta del nonno, così come la quiete di questo posto sembra mettere sulla luna gli scempi ed il caos del turismo di massa.

Sono appeso alla groppa del Gran Scozzese e, mentre mi riparo dalla grandine di ghiaccio che Bubu mi riversa addosso nel suo lento progredire, ripenso a questa valle ed alle soddisfazioni che mi sta dando. La cortesia del Placido ed il suo entusiasmo per i cascatisti; i suoi occhi che brillano nel vedere 3 ragazze venute da così lontano per arrampicare tutte insieme su queste cascate.

Innumerevoli colate, grandi e piccole, facili e difficili, che lui conosce a menadito dal racconto di tutti noi che le saliamo. Ricordo i complimenti dei taglialegna che sospendendo il loro lavoro applaudono Bubu sul passaggio chiave della "Bocia".

Seguo la fettuccia rossa, mia naturalmente, che Bubu si è fatto sfuggire di mano 45 metri più in alto. Con un unico balzo sbatte sulla cengia a metà… parete e scompare nel vuoto sottostante. Ricomparirà ancora, 200 metri più in basso, scivolando lentamente sul conoide di neve che porta all'attacco.

Non fosse per queste viti di acciaio conficcate nel ghiaccio a cui sto appeso come un salame o per il lago beffardamente calmo, là sotto, che ti invita ad una nuotata, penserei di essere in Lavaredo, sulla Cassin, con tutte le sue soste volanti, immerso come sono in un vuoto difficilmente riscontrabile nelle salite su ghiaccio.

Ho girato una settimana per questa valle, ma fin dal primo momento il pensiero si è rivolto a lui, a questo Gran Scozzese che, come un fantasma, usciva da ogni trafiletto scritto sulla Val Daone.

Visto quasi di sfuggita il primo mattino e poi osservato, studiato, fotografato mi è rimasto ossessivamente impresso nella sua spettacolare linearità…. Non si può non restare incantati dinanzi ad una simile estetica. Diritto, elegante, sornione, come le sue storie raccontate con fervore dal Placido alla sera. La storia della prima salita con un filo di ghiaccio, avvenuta durante il "meeting", o la storia di chi è sceso alle 10 di sera con gli occhi sbarrati, di chi ha dimenticato il casco in discesa.........Aloni di leggenda per una cascata formidabile, come pensavo ce ne fossero solo in Canada o in Norvegia.

Stiracchio le gambe ed inizio a togliere la sosta.

Ora tocca a me. Fra 30 minuti e 40 metri avrà superato il tratto chiave del Gran Scozzese e la mia voglia di difficoltà…, di esposizione, di fatica e di freddo per questo inverno sarà… sicuramente diminuita.

Seduto sul ciglione guardo dall'alto la valle inondata dal sole. 6 ore prima nel freddo del mattino ero là sotto, vicino a quel lago che mi chiama sempre ad una nuotata irrealizzabile. Rilassato ripenso a questo magnifico viaggio in punta di ramponi, attirato come un marinaio dal canto di questa sirena; pazzo d'amore per una linea di acqua gelata che mai avrei sperato di vedere. Diritto e verticale. 3 tiri di corda sospeso sull'effimero dell'acqua congelata. 120 metri di straordinaria intensità… fisica ed emotiva.

Al tramonto, alla base, ritrovo la fettuccia rossa ed una luna piena che si specchia nel lago e che guiderà i nostri passi verso nuove avventure.

monte bianco pilastro rosso del brouillard

PILASTRO ROSSO DEL BROUILLARD VIA BONATTI


13 luglio 1991

 

Quota 3650, Colle dell’Innominata. Fra le nuvole ormai nere che ci avvolgono, come in un incubo, si materializzano davanti a me i sogni e le paure delle letture giovanili.

Vedo la Blanche, il Pilier d’Angle e più sotto il ghiacciaio del Freney con i suoi mille crepacci. Sto per essere sorpreso da una bufera nel cuore del Bianco, come Bonatti o Desmaison. Ma questa volta ci sono io in mezzo! Ed il bivacco, punto grigio nel granito rosso, è troppo lontano....ancora.

Siamo alla terminale. La neve fradicia e friabile cede sotto il nostro peso. La visibilità è scesa a zero. L’aria è carica di elettricità. Una piramide umana e Bubu è su, sul pendio di ghiaccio nero e roccette che porta al bivacco Eccles. Salgo anch’io, tirato di peso dalla forza del mio amico, che pazientemente nelle ore precedenti, sotto un sole da favola ed un caldo estenuante, mi ha convinto a proseguire su per la morena prima ed il ghiacciaio poi, vincendo con una dialettica che nessuno mai gli riconoscerebbe la mia riluttanza e la mia stanchezza.

Inizia la bufera: pioggia, vento e poi grandine e fulmini. Tanti fulmini. Sul pendio scendono rivoli di acqua gelata che ci inzuppano i vestiti. Vedo un fulmine, veloce e preciso, centrare la Punta Innominata, grande e meraviglioso parafulmine della natura. L’elettricità fa rizzare i capelli. Non ho più stanchezza addosso e neanche paura. Anni di esperienza escono dai miei nervi e dal mio corpo. Voglio arrivare al bivacco! Iniziamo a correre su per il pendio, fra sassi e ghiaccio, senza vedere la meta, con i fulmini che ci sfiorano. Abbandoniamo zaini e piccozze per essere più veloci, per non attirare i fulmini o forse solo perché il nostro cuore pulsa pazzamente per la fatica e la quota. Eccolo! 5 metri alla nostra sinistra. 5 metri di ghiaccio vivo ad 80° battuto da piccole ma insidiose valanghe. Non abbiamo più le piccozze e solo io ho i ramponi ai piedi.

Non passeremo mai così. Una sola speranza, sopra di noi, ancora più su il vecchio bivacco...piccolo...con i vetri rotti forse...

Un’altra folle corsa fra fulmini e valanghe e siamo dentro.

Sono sfinito e fradicio.

Alla prima schiarita giù di corsa passando per un’altra strada; recupero lo zaino ed entro nel bivacco. Breve riposo. Ora Bubu deve uscire di nuovo, con i miei ramponi per recuperate il resto del materiale. 10 minuti in cui ogni 30 secondi urlo la mia disperazione al vento, per guidarlo indietro; perché restare da solo in questa scatola... nella bufera...

Il giorno dopo il sole è splendido; 20 cm di neve nuova imbiancano la montagna, ma il pilastro è là, bellissimo.

Il canalone iniziale, poi il diedrino d’attacco dove la corda si incastra e devo salire slegato con gli scarponi. Poi il sole di nuovo e le scarpette leggere e su, sempre più su, fino in cima...in cima al Pilastro Rosso. Le doppie non vogliono scorrere e si incastrano un paio di volte. Ma poi recuperiamo tutto, corde, scarponi, zaini. Sono sfatto. Perdo tre volte la cioccolata della merenda e per tre volte la recupero più sotto; alla fine riusciamo a mangiarla e l’ultima doppia ci deposita sul ghiacciaio.

Nelle ombre della sera la Val Veny splende 2500 metri più in basso, meravigliosamente verde.

Sono distrutto dalla gioia, dalla fatica, dall’emozione, dalla disidratazione, da me stesso. Ringrazio Bubu ed il cielo azzurro del tramonto....Forse ho vissuto il mio giorno più grande.

Mi sveglio di soprassalto: sta nevicando a larghe falde. Sento dei passi, due ragazzi si ritirano dal Pilone. Strano trovarsi così alle 5 del mattino a 3850 metri durante una bufera e parlare delle Dolomiti, e della Brenva, come in un salotto. Il mal di testa che mi opprime da due giorni non accenna a placarsi. Vedendo il casco di Bubu ci chiedono se siamo tutti e 2 Aspiranti. Io? Io aspiro solo a tornare a casa!

 

 

 

July 25

NATALE IN SPAGNA

NOCHE BUENA AL CALOR DE ESPANA (NATALE IN SPAGNA)

 

Un tozzo scoglio ormai nero nel controluce dell’alba. Le luci di una cittadina davanti e il mare illuminato dal sole alzante dietro. Questa foto a tutta pagina è entrata nella mia memoria. Anni fa. Non ricordo bene quando. Erano gli anni ottanta. I primi anni ottanta. Io iniziavo la mia vita alpinistica, con un imprinting fra il classico e il moderno e con una gran voglia di girare le montagne del mondo, per andare a conoscere l’alpinismo e le salite che ne hanno fatto la storia. Momenti di alpinismo. Questa la rivista. Pubblicazione annuale dell’allora mitica, e unica rivista di alpinismo nazionale, “La Rivista della Montagna”. Quell’anno proponeva un articolo sul sud della Spagna. Posto ideale per le vacanze di Natale.

Si credeva ancora, allora, che al di fuori delle alpi non esistesse nulla o quasi. Nulla comunque che meritasse un viaggio, ne come posti ne come alpinisti. Tranne le grandi montagne della terra. Ma già il cambio di mentalità e il proliferare delle comunicazioni planetarie portavano voce di luoghi dove l’alpinismo stava vivendo una vita propria. Luoghi dove si sviluppava autonomamente un alpinismo di ricerca e di risultato che non aveva nulla da invidiare ai posti famosi delle Alpi. Certi luoghi, che noi andavamo a scoprire allora, sono poi diventati famosi e gettonati, sull’onda di imprese e personaggi che li hanno portati alla ribalta. Altri posti sono rimasti nell’oblio per noi italiani e per le nazioni alpine in genere, chiuse nella loro opulenza di un lusso di abbondanza di pareti di ogni tipo e nella arroganza di esser i depositari del sapere assoluto. Non c’è stato nulla e nessuno che ha portato alla scoperta, mediatica e fisica di certi luoghi.

Dopo una vita passata guardando l’est ecco che il nuovo, per me, si trova oggi ad ovest. Quell’articolo ha resistito nella mia libreria per 25 anni. Ha resistito a traslochi, eliminazioni drastiche della massa cartacea dell’archivio quando lo spazio esiguo della mia abitazione ha imposto riduzioni ed eliminazioni. È rimasto là. Da solo, strappato dal resto delle pagine che componevano la sua rivista, di cui ricordo il nome ma non la data.

Però ha continuato a farmi sognare. Ogni tanto lo guardavo Mi capitava fra le mani, per caso, mentre cercavo informazioni su altri luoghi. Ogni volta me lo leggevo di nuovo. Leggevo nomi di posti che non ho letto da nessun altra parte. Nomi di persone che solo raramente ho trovato nelle cronache e nei racconti. Continuavo a guardare le foto, poche e poco “belle”, come lo stile austero delle riviste di allora imponeva. Ma intuivo che dietro quelle poche foto, quelle scarne righe si doveva celare un mondo fantastico che mi attraeva. E poi c’era la foto a tutta pagina. Quel Peňon d’Ifach stagliato contro il mare Mediterraneo che ammaliava come una sirena.

Alla fine come ogni sogno cullato a lungo nel cassetto il momento di trasformarlo in realtà è venuto. Oggigiorno i chilometri si annullano grazie ai voli low cost del turismo del XXI secolo. Si arriva prima in Spagna e a costi decisamente inferiori che andare sulle alpi a fare qualsiasi vacanza normale.

E allora si decide di partire. Titubanti. Poca documentazione. Poco e succinto l’aiuto dato dalla ricerca in rete. “San Google” dà poche pagine sull’alpinismo nella zona. Poche ma sufficienti a far sognare. Poche ed insufficienti per muoversi con sicurezza. Ci sarà da scoprire e imparare giorno per giorno l’ambiente che ci circonda. Abbiamo diciotto giorni di vacanza ma decidiamo di spenderne solo dieci, la paura di non trovare un riscontro reale ai sogni è tangibile. La nostra scelta di vita ha privilegiato il tempo libero al lusso economico. Ma il tempo costa, e costa molto caro. Il denaro è poco e la paura di spenderne a vuoto tanta. E questo ci condiziona questa volta. Nel pieno di una generazione alpinistica molto attenta a risultato e prestazione noi continuiamo a vivere come trent’anni fa. Molto tempo in montagna. Molti chilometri e la voglia di scoprire sempre posti nuovi, per capire la storia che ha portato ai nostri giorni. Di prestazioni non se ne parla ma la voglia di scoprire, conoscere e girare è rimasta intatta al passare degli anni. Un centinaio di salite nel 2007 e solo una puntata sulle Giulie, le montagne di casa la dicono tutta su come intendo la montagna e l’alpinismo.

 

Abbiamo poche idee per la Spagna, due salite su tutto e tanta voglia di scoprire. E di immergerci nel sole dell’inverno caldo di Alicante. Un problema burocratico ci costringe a rinviare la partenza di un giorno. Arriviamo e piove. Non una pioggerellina sottile. Piove alla grande. Le strade sono al limite della percorribilità; le nubi plumbee corrono e si imbizzarriscono nel cielo. Arriviamo a Calpe, campo base del nostro viaggio, mentre un diluvio rende le strade gonfie d’acqua come torrenti… Pare un incubo. Grattacieli e residences si stagliano contro il cielo grigio e plumbeo. Il primo impatto invita alla fuga. Ci rifugiamo nell’appartamento prenotato. Al sesto piano di un grattacielo immane. Lungo e largo. I proprietari ci mostrano con orgoglio la spiaggia e il panorama sul mare. Bello scorcio fra una fila di grattacieli. Manca solo una fabbrichetta con i suoi altiforni che ricordi Porto Marghera… e il quadro sarebbe completo.

Iniziamo cauti la mattina dopo. Gran pozzanghere e nuvoloni neri. Parcheggiamo nel porto di Calpe. Posto carino a metà fra un porticciolo turistico e di pescatori. Conserva ancora però un’aria di “vero” che subito ci attrae… Avvicinamento su lungomare con lampioni… La selvatichezza qua non esiste. Le barchette all’ormeggio sembrano quelle della Sacchetta di Trieste e il lungomare Barcola in piccolo. Gran giro di gabbiani sopra la testa. Venticello teso e umido. windstopper ben chiuso sul collo. Spagna? Caldo? Mah…

Poi si gira l’angolo e la sud appare in tutta la sua grandezza. Un muro giallo. Erosioni enormi rossastre. Si innalza per 330 metri sopra di me, sopra il mare che si infrange contro la parete con onde lunghe sul lato destro. Spettacolo immenso. Decine di cocai (gabbiani) girano attorno facendo un casino enorme. C’è aria di casa... E nello stesso tempo aria di ignoto. Non sarà facile là in mezzo a quegli strapiombi su vie che sono il nostro limite e forse qualcosa di più. Ma la parete è stupenda. Erosioni e pilastri. Cerchiamo le linee di salita. La roccia sembra ottima e attrae, ammalia come una sirena.

Rinviamo l’attacco al centro della gran parete optando per una via al bordo sinistro. E va bene così. La pioggia ci flagella in discesa. Acqua a catinelle. Del solatio e mite inverno spagnolo non c’è traccia nell’aria. Ma i tiri fatti sono splendidi. La roccia è rugosa, appigliatissima. Le protezioni sono parche e invitano ad un largo uso di dadi, cordini e friends. Meglio così. Molta più soddisfazione che fare passi duri fra uno spit e l’altro.

Il giorno di Natale la “Noche Buena” porta un buco nella perturbazione. Gli strapiombi gialli della sud si aprono sotto le nostre dita. Per la terza volta in tre giorni usciamo in vetta al Peňon. Finalmente in maglietta! Il contrasto fra il giallo degli strapiombi e il verde della discesa. Il blu del mare in cui si riflette il gran sole. E un venticello secco da nord est. Tante analogie con casa, con la bellissima costiera triestina.

Il tempo peggiora di nuovo. La valle di Sella ci offre un’arrampicata sportiva e tanti sguardi sulle pareti attorno. Qua sportivo, classico e classico moderno si fondono in quello che è il centro d’arrampicata più frequentato dalla zona.

Ma ancora piove. L’acqua scende copiosa. Il metereologo della "Sexta" però è sicuro del fatto suo. “Manana tiempo bueno”. Lasciamo Calpe mentre ad oriente il sole indora il mare e il Peňon si riflette nell’acqua chiara, contornato da nuvole rosate. Stessa immagine della rivista che mi ha stregato. Ci attende il Puig Campana un massiccio alto 1400 metri di quota con una parete sud alta fino a 600 metri. Diedro Magicos. Una via dei mitici fratelli Gallego. La più bella della zona. Così recita la guida. Bella e bagnata. L’acqua corre nel diedro. Scoraggiati per quella che sembra una vacanza nordica e non mediterranea ci spostiamo sullo sperone centrale: nove tiri di corda da 50 m. difficoltà basse e roccia ottima. Al pilastro d’uscita la voglia di far fatica è ancora alta. Puntiamo alla vetta. 250 metri di roccette, rovi e massi instabili con un paio di tiri di corda in mezzo. Panorama bellissimo e discesa di quelle che non si fanno due volte nella vita. Capiamo perché i locali escono dalla parete tutti dalla cengia dove terminano le difficoltà. Ritorniamo altre due volte al Puig. Una guglia secondaria, Encantada, e alla fine il Diedros Magicos. Una successione di sei tiri di corda pochissimo protetti su roccia da favola e con una logica impeccabile. Una gran capolavoro dei fratelli Gallego, aperta in due giorni nel novembre del 1981. Il gran tetto che chiude la parte alta del diedro è superabile in artificiale grazie a due cordoni che penzolano da altrettante clessidre. Sono troppo impegnato quando salgo per pensare a come hanno fatto a mettere quei cordoni nei buchi di un soffitto quasi orizzontale. La fessura che porta al tetto è ancora bagnata ed è sprotetta. I friend non fanno buona presa nella fessura svasa e irregolare. Sono sei metri sopra la sosta e acchiappo al volo uno dei cordoni. Il movimento mi stressa alquanto e non mi godo il tiro, finendo per imbottire la fessura soprastante di ogni genere di incastro che mi riesce fare. Alla fine per superare il tettino finale mi trovo senza nulla in cintura. E passo in libera l’ultimo metro, uno strapiombino su prese piccole e piedi in aderenza… Gran emozione alla sosta. Una via così vale da sola il viaggio. Come lo vale la vista di Memen, splendida ragazza cataluna che sale sulle vie semisportive accanto con una grinta e uno stile da invidia…

Ultimo giorno. Il programma prevede ancora una via sul Peňon, la più interessante della vacanza. Forse la più dura. Ma la stanchezza fa pagare il suo tributo: sette giorni di arrampicata continua pesano nelle braccia e soprattutto nella testa. Lasciamo la Gomez Cano per il prossimo viaggio. Sarà un gran stimolo per ritornare in questa bellissima terra ad accarezzare ancora questa roccia eccezionale.

Le pareti di Mascarat sotto cui si passa con la strada statale sono allora un richiamo irresistibile per completare il viaggio con un'altra parete. Ci siamo passati sotto tante volte in questi giorni e le abbiamo rimirate dalla cima del Penon e dalla strada. Le si vede da lontano, sia da sud che da nord, svettare sopra la costa. L’attacco è presso il guard rail blu cobalto che delimita la strada statale. Le auto sibilano vicine, suonano e guardano con occhi increduli questi strani personaggi che col casco in testa e le corde sciolte sul marciapiede si apprestano a salire per la rete paramassi. Siamo in sei su questa piazzola. Quattro ragazzi spagnoli per il Pajaron, una via alla nostra destra e noi, che siamo gli ultimi. Aspettando il nostro turno facciamo stretching sulla ringhiera e quattro chiacchiere con i ragazzi spagnoli. Passato lo zoccolo, degno di posti dalla dubbia fama, il pilastro finale regala un panorama mozzafiato e un arrampicata sublime. La vacanza sta finendo ma tutto attorno lo sguardo spazia su pareti da salire… e già la voglia di tornare pervade cuore e cervello…

C’è ancora il tempo la mattina prima di andare all’aeroporto di dare una sbirciata al Morro de Toix, 1 chilometro di scogliera alta una ventina di metri, strapiombante a pelo d’acqua, su cui corre una via in  traversata verso destra. Il traverso Europa, 26 tiri 6b e A1, 12 ore di arrampicata. Chi sa che qualcuno non voglia pensare di liberarla …….

 

 

Hasta y suerte Espana

 

 

 

10 gennaio 2008

 

PIZZO BADILE PARETE NORD EST VIA CASSIN

BADILE PARETE NORD EST VIA CASSIN. 4-5-6 AGOSTO 2007

 

 

La parete nord est del Badile è uno dei miti dell'alpinismo. Quando si è immersi nelle sue placche tutto il mondo attorno scompare......




Il meteo è di quelli che non lasciano scampo ad equivoci. O si va e si prova o non si va e si mette una pietra sopra alle voglie presenti e future di alpinismo.

L’idea di cominciare la pensione ancora non ci piace e così dopo mille tentennamenti e cambi di programma alla fine decidiamo di provare. Andiamo a fare una via che è decisamente superiore alle nostre capacità e al nostro allenamento. D’altronde gli anni passano e l’assorbimento di questa “relazione alpinistica triestino valtellinese” è stato lungo e faticoso e si fa decisamente sentire soprattutto nella mia testa. La mancanza di allenamento e soprattutto la mancanza di grandi pareti pesa come un macigno mentre preparo lo zaino per la cassin. Fino all’ultimo cerchiamo un amico con cui dividere gioie e fatiche della parete, Il peso dello zaino e soprattutto il peso di fare 30 tiri di corda da primo su difficoltà che sono al mio limite e su una parete famosa per le placche lisce………

Purtroppo nessuno risponde all’appello. E così decidiamo di andare e basta. In un modo o nell’altro ne verremo fuori. Ragionamento da bocia o da vecchi.

Arriviamo a sasc furà con tutta calma e passiamo il pomeriggio a prendere il sole. Passa il Mazinga con un gruppo eterogeneo e va a bivaccare sotto lo spigolo. Ci sono anche 2 bambini piccoli che il giorno dopo saliranno lo spigolo…..
Al momento di segnare i nomi sul libro del rifugio davanti a noi due ragazzi lombardi, uno della mia età e uno che ha 20 anni di più, segnano cassin sul libro. La giò commenta scaramanticamente che se ce la fa lui allora ce la possiamo fare anche noi. Sarà una gran profezia.

Poco alla volta la salita inizia a prendere la sua forma. Quella forma di assolutezza e affollamento che solo il Badile sa dare.
Decine di persone arrivano, si fermano, ripartono… Tutte con in testa una via sulla nord. E fra tutte arriva pure il Gianni, amico di falesia della Giò, assieme alla Sibilla. Ah la falesia mai finirò di lodarne l’importanza per l’alpinista medio. Cassin pure per loro. Detto fatto. Andremo via assieme.
Certo mai avrei pensato, immaginato, sperato… manco nei sogni più reconditi di bambino. Già fare la Cassin è un sogno. Un mito dell’alpinismo. La parete che di solito schiude il mondo della gran montagna ai ragazzi che si avvicinano all’alpinismo. Per me potrebbe essere il canto del cigno. Ma mai avrei pensato di poterla fare col Gianni. Solo andarci con Cassin stesso sarebbe un sogno più grande…

Ore 4 sveglia e colazione. Si va. Decine di persone e di lucine si muovono sui fianchi della montagna. Dal rifugio, dalle tendine attorno, dai buchi sotto i massoni alla base dello spigolo. Tutti salgono, ognuno col suo passo. Il nostro è un passo lento. Per caso siamo assieme ai 2 ragazzi che hanno preso il posto in rifugio con noi. Molti ci superano. Tanti sono dietro. Il nostro è un passo di chi non vuole sprecare energie e sa che la lotta sarà lunga e dura e non è sicuro di vincere… anche se avere Gianni vicino ti fa sembrare il Badile una montagna umana…

Alla fine siamo gli ultimi da attaccare. E probabilmente i più vecchi sulla parete. Per caso davanti abbiamo Roberto e Giovanni, dietro Gianni e Sibilla. In mezzo la Giò ed io. 3 Giovanni in 3 cordate in fila sul Badile. Il destino manda il suo segno. Faremo la salita assieme come un sol gruppo affiatato. E nessuno da fuori potrebbe immaginare che non ci siamo ancora conosciuti. Cercavamo un amico con cui condividere la parete. Abbiamo trovato un gruppo bellissimo.

Fin dalle prima lunghezze si capisce che il mito non è stato smontato dal tempo. I passi singoli non sono mai duri. Ma l’insieme si. Fino alla grande cengia a quasi metà via conto 9 chiodi di passaggio più 2 incastri rimasti. Alla faccia della via super chiodata e quasi banale che si legge un poco ovunque. Integrare non sempre è possibile. Ci sta tanta aria fra un rinvio e l’altro… inizio ad andare in agitazione
Ore 12 grande cengia. Non veloci ma neppure lenti. Alcune attese per coda ma nulla di preoccupante… Per ora… Tempo per parlare e per conoscersi.. ci sta il sole. Fa caldo.

Ore 14 grande cengia. Alla fine Roberto inizia ad andare. Sono passate 2 ore. La coda si è fatta sentire. Certo bella occasione per parlare in tedesco, inglese, francese, spagnolo e scambiare informazioni su vie e luoghi… ma ci stanno ancora 500 metri di Badile sopra. I tiri più duri…

Il tiro dopo la cengia è il più duro: V/A1 secondo le vecchie relazioni. Ci sono pochissimi chiodi e un paio di friends incastrati. Di artificiale manco l’ombra quindi. Alla faccia della via super chiodata. La sosta in cengia inoltre non ha fatto gran bene. Inizia a fare tardi. Esco dal tiro un pochino provato. Capisco che non la tiro fuori tutta. Un breve consulto e si decide di fare una unica cordata da 6 in modo da scaricare la stanchezza tirando un poco per uno. Inizia il Roberto che è un mito. Alla quarta uscita su roccia dell’anno… Va come un treno. E si prenderà carico di tirare la via fino a dopo il camino. Passaggi bellissimi e molto impegnativi. Un solo trattino facile in mezzo e siamo nel camino. Un budello stretto e massacrante. Roberto lascia lo zaino e tocca a me portarlo su. Faccio il budello con 2 zaini. A me i camini di solito vengono bene e pure qua non me la cavo male pur con un bel nuts formato 40 litri sotto i piedi.

Roberto ha fatto il suo e ormai è completamente cotto. Mancano pochi tiri, ma pure il tempo manca. Sarebbe meglio che vada avanti Gianni. Conosce la via e sicuro è molto superiore alla bisogna. Ma Gianni è indietro con le ragazze. Aspettarlo vuol dire perdere almeno 45 minuti. Cosa che non ci possiamo permettere. Quindi tocca a me. Paura, stanchezza? Voglia di essere altrove? Non si può pensare. Devo salire e pure in fretta. Parto per l’ultimo tiro di V. Fortuna qua qualche chiodo è rimasto dentro. Un tiro, due … prendo coraggio e inizio a vedere la fine. La cresta illuminata dal sole. Improvvisamente cambio marcia. Sento la vetta e avere il Gianni dietro, che so che mi può tirar fuori, mi dà slancio. Non percepisco più la fatica e non penso più alla paura. Inizio ad andare come nei momenti migliori. Esco in cresta illuminato dal sole del tramonto. Il granito rosso sotto le mani è di nuovo caldo. Decine di montagne ovunque. Un momento sublime della mia vita. Corro sugli ultimi tiri dello spigolo come fossi su un prato. Un freddo vento da nord e la luce che svanisce mi fanno tirare fuori guanti, berretto e goretex. E pure la frontale. Ma voglio arrivare in cima prima del buio. Roberto è sfatto, ma è grazie a lui che siamo qua. Giovanni non parla più da tanto che lo faccio correre. Dietro vedo le lucine del Gianni e delle ragazze. Mi fiondo verso la cima. Quando la corda finisce non mi fermo, continuo e trascino tutti sulla cresta finale. Vedo le lucine dei francesi sulla normale 100 metri sotto… Arriveranno al Giannetti alla 4 lasciando una corda rotta in parete che l’indomani gli restituiremo. Ci fiondiamo in bivacco. Metto via le corde e poi guardo l’orologio. Sono le 22 e siamo in movimento da 18 ore. Grazie all’aiuto reciproco siamo tutti e 6 in cima al Badile. Io non sarei mai riuscito a tirare tutta la via, Roberto si, ma non sarebbe mai arrivato in cresta prima di notte, Sibilla aveva paura prima ancora di partire e la prima parola che ha detto l’ha detta ormai in bivacco per l’estasi delle montagne attorno. Per il Gianni questa probabilmente sarà l’ultima Cassin.. ma vederlo così sereno e naturale è stato esaltante quanto la via stessa. La Giò era sempre allegra e tranquilla. Ma lei non fa testo. La sua incoscienza non ha limiti… basta non mandarla mai avanti, Giovanni era la macchietta del gruppo, ad ogni sosta faceva baruffa con la corda. Troppo forte per poterlo descrivere.

La notte sarà stretta, rumorosa e calda. Ma svegliarsi all’alba sulla cima del Badile con sotto il mare di nubi e sopra il cielo terso e in mezzo montagne a perdita d’occhio sono sensazioni che non si possono descrivere.
Il giorno dopo è un’altra storia. La normale con calma nel sole del mattino. Il Mario che sale e ci saluta sulle doppie, poi la foto sulla morena, la prima acqua. La mega pastasciutta dal Mimmo. La birra a Filorera… il recupero dell’auto e poi il Crotto a Chiavenna per una ultima chiacchierata con gli amici conosciuti solo 48 ore prima e con cui abbiamo condiviso una viaggio immenso…..

un viaggio che ormai pensavo non avrei affrontato mai più, nè sul Badile nè altrove....

Quel ricordo dell’arrivo sullo spigolo tutto illuminato dal sole con la parete buia sotto di me. Rimanere da solo per alcuni minuti nel tramonto sullo spigolo nord… sensazioni stupende tanto intense che mi sembra di non essermi mai spostato da quella sosta in quel momento...

E pian piano la voglia di ricominciare ritorna …… e che la pensione arrivi con i tempi del governo….

Partecipanti: espo e giò con sibilla giovanni roberto e GIANNI

 

by espo

 

10 agosto 2007

via de la tere 1 salita

CORSICA

AGUILLES DE BAVELLA PUNTA IOLLA

VIA DE LA TERE PRIMA SALITA

 

Esco dall'ombra della Punta Alta. Ancora pochi metri nell'erba piegata dalla brezza fresca e tesa del mattino. Illuminato dal sole rivedo il mare, l'orizzonte dorato immerso nelle nebbie mattutine. Sotto a me l'immenso ed irreale vallone di Polischellu. Col du Santo. La guglia che gli da il nome mi sovrasta. Come mi sovrastano le enormi pareti che ho di fronte e che per la prima volta vedo dall'alto. Ancora non lo so ma la giornata che ho davanti diventerà una di quelle che si ricordano con quel misto di soddisfazione, gioia e serenità fra le tante passate fra i monti.

Lascio che la brezza marina asciughi il sudore e inizio il rito della vestizione. Lasciamo gli zaini sotto il Santo e scendiamo nell'ombra della parete ovest. Canalino erboso, difficile, forse la traccia era spostata più a sinistra. Ometto. Seguiamo le cenge che ci portano dentro la parete. Nessuna foto, nessun schizzo. Solo una scarna relazione in francese. Sopra di noi la parete va via verticale. Grandi strapiombi si stagliano contro il cielo.

La cengia muore. In piena parete. Giriamo più volte. Poi alla fine ecco la cruda verità. Siamo a metà parete. Sotto di noi si vedono chiaramente le ghiaie di attacco con i grandi pini. Siamo entrati in parete troppo presto. Scruto la fessura. Nessun segno di passaggio. Come trovare la via? Scendere nuovamente fino alla base? Indietreggiamo sconsolati. Tanta fatica, tanto entusiasmo…….. guardiamo verso l'alto. Sopra di noi strapiombi, contro il cielo strapiombi.

Ma in mezzo, se entriamo in quel camino……. Forse……….

Di colpo una sferzata di energia e di entusiasmo.

Corsica terra selvaggia. Corsica terra d'esplorazione.

Vedo una linea possibile instaurarsi nella mia mente. La vedo incunearsi fra le rosse pieghe del granito. Una cengia tunnel permette di passare la prima fascia strapiombante. Il granito ruvido lascia il posto a un traverso liscio e verticale. Sarà il primo di una serie di duri passaggi. Evito il successivo strapiombo a destra. Il dado esce ma allungandomi indietro lo sostituisco con un buon friend.

Sosta su 2 dadi, molto precari. Vietato cadere. Rimpiango i chiodi che dormono al Col du Bavella. So che basta un passo senza fessure per impedirci di usare protezioni veloci e la mia superbia idiozia di climber moderno lascia il posto alla paura dell'ignoto.

Il camino sopra non sembra duro. Quasi una forra dalle pareti sfuggenti ma aperte. Risolvo un muretto verticale con un micro friend. Seguono due tiri facili. La cengia erbosa sotto gli strapiombi finali. Basta seguirla a sinistra alla base di un bel diedro camino che sbuca diritto in cima. Quasi troppo facile. Alzo la testa. Le sirene cantano sopra di me. Lo strapiombo mi ammalia, mi attira mi seduce. Due tetti uno sopra l'altro. In mezzo una possibile traversata verso placche sfuggenti. Una fessura che taglia il tetto finale. A destra un caminone dall'aspetto dolomitico chiuso da un tetto enorme.

Un cantico irresistibile. Faccio sosta a destra. Alla base di un diedrino fessura. Sopra di me l'ignoto. Il canto delle sirene in formato strapiombante. Una successione di 3 tetti in cui incunearsi. Forse……. Come nel canto di Omero, millenni dopo, a scrutare l'ignoto per soddisfare quella sete inestinguibile che ci fa sentire vivi. Odissea infinita fra le montagne del mondo cercando le tracce della storia. Calliste la più bella e la meno conosciuta. Più mi fai entrare in te più mi innamoro delle tue montagne e della tua natura. Ripenso alle settimane appena passate. Il ritorno dopo tanti anni. Sul Paliri dove avevamo vissuto una vera giornata di scoperta; l'Occhiu, quasi un'impresa allora, solo un piacere immenso ora. Il caldo assurdo di Capu Larghia. Come pazzi a cercare l'acqua che sgorga dalla neve, fine giugno in Corsica. Il freddo, il vento del Cinto, quattro giorni dopo. Una via di roccia col gore, prima d'ora solo in Bianco, solo nella bufera. Freddo da gelare. Fine giugno in Corsica. Ore di solitudine ore di roccia eccezionale di colori e di sapori…………..

Giò arriva in sosta. Chiedo la sua opinione. Scontato arriva l'entusiastico si. Il diedro a sinistra sarà l'eventuale ruota di scorta. Supero la fessura diedro, dura. Traverso a destra. Evito il primo tetto e sosto sotto il secondo, su una cengetta sottile. Da qua la scelta è obbligata. Il caminone dolomitico è scartato. Il tetto che lo chiude senza chiodi e staffe non si fa. Anche il diedrino a sinistra che evita il tetto non è fattibile senza proteggersi con i chiodi. Preferisco l'incognita del traverso che affrontare un passo senza protezioni efficaci. Qua, nel cuore della Corsica. Nessuno sa dove siamo. Siamo ad un ora dal sentiero più vicino. A quattro dall'auto. Nessuna possibilità di soccorso. Affronto la fessura a destra del tetto. Cuore in gola. So che devo essere in grado di ritornare indietro o per lo meno calarmi dall'ultimo rinvio. Un dado, un friend. Sono fra i tetti. Prima esultanza: traversare è possibile. Però……….I tetti sono due. Sotto il grande tettone che sopra a me butta fuori almeno quattro metri c'è ne è un altro più piccolo. Non c'è una cengia, o meglio c'è ma è stretta e monolitica e sta due metri sopra a me, sotto il grande tetto alto. Raggiungerla non sarebbe difficile, ma poi vorrebbe dire strisciarci sopra per quattro, cinque metri, come sulla Lacedelli……senza metterci nulla dentro e con arrivo in placca però, non su una comoda cengia dolomitica. Guardo sotto il tetto. La fessura continua. Metto un friend, non è gran che. Ancora un metro tutto raggomitolato, mano e ginocchia allo stesso livello. Allungo la mano. Tafone!!!! Grande Corsica. Passo un cordino e inizio ad attraversare. I piedi nel vuoto sotto il tetto. Le mani strette su quel buco che quasi abbraccio. Due, tre tafoni e il tetto finisce, mi raggomitolo di nuovo. Un diedrino svaso riporta verso la cengia superiore, fra i due tetti. Sopra si apre una fessura, strapiomba molto ma sembra percorribile. Alla sua base forse si può fare una buona sosta. La mano sinistra insieme alla spalla è incastrata nella fessura. La gamba destra bilancia il peso distesa nel vuoto. Non è quello che comunemente si dice una posizione rilassante. Intuisco una fessura un metro a sinistra. Forse un po' più in là. Sarà svasa o sarà netta? L'ultimo tafone ormai è a due metri da me. Trovo a tastoni un micro friend. Entra da Dio nella fessura ma neanche a pensare di tirare su la corda, strozzata fra la roccia e la mia pancia. VFC. Mi tengo al friend e caccio la corda dentro. Cambio gamba. Mollo il friend, incastro la mano destra nella fessura e mi allungo. Becco la lama a sinistra. Bella, rugosa e netta. Mi alzo e finalmente dopo 15 metri sono di nuovo sulle gambe. La fessura sovrastante da vicino sembra molto più ostica. Larga e strapiombante. E per fare una buona sosta servirebbero non solo i chiodi ma anche un bonghettino……… Continuo a traversare su una rampa appoggiata. Un tratto facile mi porta ad un terrazzino. Sosta. La placca qua è solcata da una fessura da dita che termina sotto l'ennesimo strapiombo. È dura la partenza dalla sosta. Poi un appiglio, un altro. Sotto lo strapiombo una clessidra e un gran rovescio. Lusso. Non vedo nulla sopra. Roccia strapiombante e sole in faccia. Recupero la forza delle braccia. Sopra il tettino le alternative sono due: o trovo una busta gigante o un piattone assoluto. Non ci sono vie di mezzo su questa roccia. Se trovo la busta sono fuori. Se trovo un piattone sono cavolacci duri perché tutto attorno non ci sta nulla. Butto la destra nel rovescione del tettino. Tiro su le gambe in spaccata su dei rigonfiamenti svasi della roccia. Giro la destra in lolotte. Chiudo gli occhi e lascio cadere la mano sinistra sopra lo strapiombo. La sento precipitare ben oltre il bordo. Maniglia. Siamo fuori!!!!!!!!! Ancora 30 metri sempre più facili. Un diedro, uno strapiombino poi il canalino finale. La vetta. Punta Iolla. Mare a destra, mare a sinistra. In mezzo un dedalo di guglie rosse e tafonate. Solitudine assoluta. Il libricino di vetta data 1997 la salita prima della nostra. Meno di 20 salite in tutto. Scrivo quasi con commozione. Parete ovest via nuova. Massimo e Giò……………………………………

Soddisfazione e rilassamento. Le solite foto. Il panorama. La discesa in mezzo al "giardino" ancora fiorito. Una via nata per caso. Dietro a noi non è rimasto nessun segno. Solo i nostri ricordi che ballano nel lungo rientro, riempiendo le nostre menti e le nostre parole.

Alla fine il grande pino laricio di Bavella ci strizza l'occhio mentre stiamo per raggiungere la strada. 14 ore dopo averlo salutato all'alba il sole finisce il suo ciclo giornaliero e arrossa il granito del passo.

La fortuna di avere salute e tempo per vivere emozioni grandi in mezzo alla natura. Trovare una strada fattibile con pochi mezzi, senza forzature. Idee nate al volo nelle pieghe della natura. La parete ti insegna a vivere, ad amare ad apprezzare quello che puoi fare.

Decidiamo di dedicare la via a una bambina sfortunata che forse non godrà mai il sole da una vetta ma che sta lottando con tutta la sua forza per avere un’esistenza normale.

Quello che conta non è il grado, arido simbolo che sta distruggendo i sogni, ma l'idea. Non è forzare a tutti i costi ma adeguarsi alle possibilità della natura.

In parete non è rimasto nulla.

Pochi segni di magnesio che non ci saranno più quando qualcuno vorrà ricalcare la nostra strada.

Agli eventuali ripetitori abbiamo lasciato solo le nostre emozioni, il nostro amore e l'immensità della Corsica.

 

 

 

3 settembre 2005